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A. Gallo, Agguantame
 
04 luglio 2010 | 18:31

La distanza di Napoli

Alessandro Gallo, Agguantame. Prefazione di Dario Tomasello. Il punto di partenza Edizioni. 2009, 94 pp., €12,00. ISBN 9788888732299
 
Il primo capitolo di Agguantame, lungo racconto autobiografico di Alessandro Gallo, si intitola “Napoli: un luogo come tanti”. In che senso?, mi sono chiesta, dopo aver voltato l’ultima pagina del libro. E mi dico che no, non è così. Non è un luogo come tanti.
Non mi ero mai accorta di quanto alte possano essere le barriere che nascono dalla radicale diversità delle esperienze di vita, come quando mi sono trovata a leggere – con avidità, debbo dire – la storia di Alessandro.
Eppure incontrando il ragazzo un pomeriggio nel corso della presentazione del libro, questo sentimento di estraneità non mi aveva preso. Alessandro Gallo raccontava del padre, che di tanto in tanto va a trovare in galera dove sta perché complice di clan malavitosi, della madre che invece è riuscita ad allevarlo libero da compromissioni, della sua grande famiglia in cui percorsi di illegalità si intrecciano all’esistenza dura e onesta di molti, senza che per questo sia meno famiglia, con il suo stuolo di zie e zii, cugini e cugine, ed il resistere di una forte solidarietà oltre ogni forma di degrado. “Come formiche”. Avevo ascoltato, colpita solo dalla serenità dello sguardo di Alessandro, dai suoi occhi limpidi, dalla tranquillità del suo discorrere. Tranquillo, questo ventiquattrenne napoletano, già laureato e ora impegnato nella laurea specialistica (ovvero magistrale) al DAMS di Bologna, sereno come avesse davanti a sé il più luminoso e certo avvenire.
È stato nel corso della lettura, nel silenzio di casa mia, che ho cominciato a sentire un peso dentro misurando l’invalicabile distanza che separa me da quel giovane scrittore e artista. L’età, certo – e questo si impara ad accettarlo – ma soprattutto quel luogo “come tanti” in cui Alessandro è nato e cresciuto. È proprio Napoli a fare la distanza. "Giorno dopo giorno, le mie suole si consumavano per i lunghi interminabili chilometri tra siepi, marciapiedi distrutti, palazzi abusivi e piazze, nel mio rione, dove spacciavano". Così si apre il racconto. E prosegue per due pagine piene con un ritmo teso che toglie il fiato. Poi per un po’ il discorso si distende in interni domestici affollati di adulti affettuosi dai nomi tipici di Carmine, Salvatore, Carmela, Ciro... Uomini e donne che per darti il benvenuto e coccolarti ti vezzeggiano come "o piscione d’ ‘a zia toje". Alessandro scampa al destino di un nome onnipresente nella vasta parentela: Oscar. Perentoria la madre, "perla mediterranea, bruna, riccia dalla pelle olivastra e dal profumo unico di madre padrona", si impone: "o figlie mie si chiamerà Alessandro".
La lingua dell’opera prima di Alessandro Gallo si apre spesso alla parlata popolare, al vero e proprio dialetto, con una misura di impasto che però nell’appendice delle ultime pagine viene completamente abbandonata per dare il passo a un monologo in napoletano piuttosto stretto. Qui il dolore per la città offesa da mille mali viene gridato ad alta voce. È un torrente in piena di parole che trascina rabbia lamenti accuse scagliate verso fantocci che hanno il nome di Madamma Rosa, di ’Ntonio, “chillu sarchiapone de l’amante vuoste”. Disperazione: “C’amma fa. Nuje simme gente da poco, nuje simme gente ca se putesse, senza ce penzà doje vote, se vennesse al primo cristiano ca passa”.
Forse è questo sguardo amaro sul destino di un popolo che mi fa sentire straniera (fino a quando?) alla storia di Alessandro. E soprattutto impotente. Non è così terribile fare periodiche gite in varie carceri d’Italia per far visita a parenti che entrano ed escono dai penitenziari, come zia Rosetta, donna generosa e coraggiosa, che donò il midollo per salvare “zie Ciruzzze”, o come la cugina Cristina-Nikita, con il suo carattere forte da leader che ha avuto come sbocco la malavita. Terribile è pensare che il buono delle loro qualità abbia avuto quegli esiti. Terribile è che i ragazzini, in attesa come Alessandro di essere ammessi al colloquio con i familiari incarcerati, appaiano nella loro arroganza già predisposti, desiderosi anzi, di percorrere la medesima carriera degli adulti. Mi dico: forse Napoli con la sua gente è travolta da un eccesso di vitalità, di potenza creativa e non riesce, come per sua costituzione, a comporsi dentro un quadro di convivenza civile. Non è che la colpa possa essere sempre dei Borboni...
Ma il libro che continuo sfogliare avanti e indietro, e a rileggere a tratti, mi si presenta già sotto il segno di una lucida e composta rivolta, della ricerca di una via di uscita. "Mio Zie Ninucce – leggo a p. 48 – mi ha insegnato ad essere determinato, a lottare, a portare avanti fino in fondo ciò che meglio si sa fare. A finire un qualcosa che hai iniziato ma che senti che non riusciresti mai a finire. Egli mi ha insegnato che in fondo se la storia e il destino hanno scelto Napoli e il suo popolo come luogo precario e di continui arrangiamenti per campà, allora non bisogna cedere, ma al contrario, ringraziare Madre Natura, rimboccarci le maniche della camicia e ‘a vita te l’hae sapè faticà".
Questo zio, che nella vita ha fatto centinaia di lavori, Alessandro lo elegge a suo professore. L’altro suo nume tutelare è naturalmente la madre: “Madre coraggio”, come la chiama Alessandro che così mette da parte la tragica “cecità storica” della figura brechtiana.
Tanti altri hanno lasciato un segno nella crescita di Alessandro Gallo, e soprattutto una città intera: “Napoli è una città teatro, giorno dopo giorno se ci vivi ti rendi conto che tutto ciò che ti gira intorno non sono altro che milioni di attori ed attrici che con fatica lottano alla ricerca della loro parte principale. Ti incammini per i vicoli e per le piazze e ti accorgi che fai fatica a capire ciò che è reale e ciò che non lo è”. Di questo teatro lo scrittore è fin dall’infanzia “Spettatore non pagante”.
Come afferrare una città del genere? Come sviluppare in una chiave positiva quei germi che ti semina nell’anima? Alessandro è venuto fin quassù, da noi, a Bologna, per farsi scrittore e regista, e a Imola, al Teatro Lolli, per confrontarsi con altri sperimentatori di percorsi desueti. Percorsi di un teatro da ricercare, non da riprodurre su standard e cliché già dati. Perché anche il teatro, come la vita, te lo devi faticare per farlo diventare pelle tua.
Era il pomeriggio del 22 maggio scorso. All’interno dell’iniziativa “Invisibili” di T.I.L.T. – Trasgressivo Imola Laboratorio Teatro, era previsto l’incontro con il giovane scrittore. La sera sarebbe andato in scena Agguantame. Storia di un abusivo. Cap. I, con l’attore Marco Ziello.
Agguantame? Agguantami? Abbracciami. Ma è solamente l’inizio di un progetto di scrittura e realizzazione teatrale. Intanto Alessandro Gallo, che fa l’educatore volontario tra i ragazzi del Pratello a Bologna, è incamminato a terminare gli studi con una tesi sul teatro di Roberto Saviano. A Imola, pensiamo di vederlo e ascoltarlo ancora.

Giuliana Zanelli
 
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