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18 giugno 2009 | 14:44

“Meglio l’ora di religione che la Messa”

I numeri dell’istruzione religiosa nelle scuole italiane commentati da Alessandro Castegnaro, presidente dell'Osret.
 
Italia. A guardare i dati pubblicati nella relazione annuale IRC pubblicata dalla Cei pare che attorno all'ora di religione tiri aria di tempesta. I numeri che descrivono la frequenza nelle scuole parlano di un calo dei frequentanti la materia e sembrano indicare un sensibile allontanamento dall'insegnamento. A partire dall'anno scolastico 93/94, anno in cui l'Osservatorio Socio-Religioso Triveneto ha cominciato a tenere sotto controllo i dati dei frequentanti per conto della CEI, la percentuale di chi si è avvalso dell'insegnamento è passata dal 93,5% totale al 91,1% dell'anno 2007/2008. La differenza di apprezzamento si avverte più marcata se si guardano i dati suddivisi per età scolastiche. Nel 93/94 gli scolari delle scuole dell'infanzia (l'ex scuola materna) frequentavano religione per un 96,6%. Oggi il dato parla del 94,1% di bambini. La tendenza è leggermente diversa nelle scuole primarie (le ex elementari): dal 96,3% del 93/94 al 94,6% del 2007/2008. Vale a dire 1,7% in meno al confronto del 2,5% in meno della fascia d'età infantile. Va decisamente peggio, invece, con l'aumentare dell'età degli studenti. Nelle scuole secondarie di primo grado (le scuole medie, per intenderci) i dati parlano di una flessione del 2,7% (si passa dal 95,4% al 92,7%). Nelle scuole superiori, invece, sono 4,1 i punti percentuali perduti nei quindici anni presi a rilievo: nel 93/94 seguiva l'ora di religione l'88,6% degli alunni; nel 07/08 solo l'84,5%. “Tutti questi dati – ci dice il professor Alessandro Castegnaro, presidente dell'OSReT – vanno valutati però alla luce di un comportamento religioso più generale che è di allontanamento dalla pratiche ecclesiastiche. Allora, in questo caso risulta una controtendenza che dà vincente l'ora di religione rispetto al resto delle attività proposte dalla Chiesa. I cattolici frequentanti o che semplicemente si professano credenti sono decisamente meno rispetto agli studenti che frequentano l'ora di religione perchè iscritti dai genitori o che hanno fatto autonomamente la scelta. Va da sé che la materia ha una sua autonomia e una propria attrattiva sui giovani che, nella vita extra-scolastica, rifuggono dalla Messa o dalle attività dell'oratorio”.
Per chiarire ancora di più la “distanza” fra i numeri e la realtà diamo un'occhiata sincronica ai dati forniti nella relazione annuale OSReT, guardiamo cioè i valori delle varie scuole lungo l'asse del medesimo anno. Così facendo si nota come la scuola secondaria di II grado abbia sempre un valore nettamente inferiore di frequentanti rispetto alle scuole con studenti più giovani. Ad esempio, la differenza fra i “licei” e le scuole materne è di 8 punti percentuali nel 93/94 (differenza che nessuna scuola, come abbiamo visto, subisce nel corso dei quindici anni) e diventa addirittura del 9,6% guardando i dati del 2007/2008. “Anche in questo caso – continua il professor Castegnaro – è interessante fare alcune valutazioni che ribaltano il valore dei dati. Fino al momento in cui scelgono i genitori, quindi elementari e medie, la materia viene scelta non tanto per motivi di religiosità, se così fosse la flessione sarebbe decisamente più sensibile visto che sono molti gli adulti che non frequentano la Messa, ma perchè viene ritenuta una proposta formativa interessante. C'è addirittura un dato che abbiamo rilevato facendo una simulazione sul peso che la popolazione immigrante ha sulle iscrizioni all'ora di religione. Negli ultimi sei anni, cioè da quanto è stato possibile fare questo studio, le famiglie italiane non hanno cambiato le loro abitudini circa la scelta. La flessione, cioè, è legata a doppio filo con la popolazione non cristiana (che è più della metà del dato immigratorio) o con quella non cattolica (che è più dell'80% del rimanente numero). Per le scuole superiori il discorso è leggermente diverso e una buona metà è comunque spiegabile con gli immigrati. Nelle superiori scelgono i ragazzi da subito, fin dalla prima classe. E qui si può dire che a fronte di questo 84,5% possiamo ben dirci soddisfatti, visto che nella vita di tutti i giorni la fuga è decisamente più imponente. Le ipotesi sul perchè i ragazzi scelgano l'ora di religione potrebbero essere due. La prima è legata al fatto che essendosi allontanati dalla vita dell'oratorio, l'ora di religione rimane l'ultima spiaggia per chiarire le proprie idee sulla questione. La seconda, che è emersa da un'indagine che abbiamo svolto su circa 5.000 ragazzi dell'ultimo anno di scuola, è legata al fatto che l'ora di religione è l'unica materia non nozionistica del programma, che lascia quindi spazio ai loro problemi. Una sorta di “ora d'aria” in cui i giovani possono confrontarsi e riflettere su loro stessi. Tant'è che molti hanno detto di apprezzare il sostanziale equilibrio fra la formazione umana e l'istruzione religiosa che dipende dalla bravura del professore di religione, spesso laico e non in cerca di proseliti”.
Una valutazione alternativa porterebbe a pensare che con l'autonomia di scelta, lo studente decida di abbandonare l'ora di religione per dedicarsi alle attività alternative che, stando all'attuale ordinamento scolastico, riguardano attività didattiche e formative in classe, lo studio assistito, lo studio non assistito e l'uscita da scuola.
“In molti casi – ci hanno detto dalla segreteria di una scuola media – i genitori preferiscono l'uscita anticipata o l'entrata ritardata. Agli studenti poi l'ora di didattica alternativa non piace granchè perchè finisce in pagella, mentre lo studio con il professore che li assiste non è valutato e quindi viene scelto da un maggior numero di persone. A volte poi la scelta di fare o non fare l'ora di religione non è un problema ideologico, ma di possibilità: la scuola non può permettersi materie alternative”.
A fronte di ciò un dato che emerge dallo studio della Cei e che diventa molto interessante è quello in cui si presentano i dati suddivisi per zone geografiche. L'Italia viene divisa in tre grandi circoscrizioni, settentrionale, centrale e meridionale, a loro volta composte dalle regioni pastorali diocesane. Risultano così accorpate Piemonte, Lombardia, Triveneto, Liguria ed Emilia Romagna nel nord; Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise e Sardegna al centro; Campania, Puglia, Calabria, Basilicata e Sicilia al sud.
I dati, valutati in questo ordine, parlano di un nord in più forte fuga dall'ora di religione, con una percentuale di non avvalentesi della materia addirittura del 14,5% nel 2007/2008. Un dato letteralmente in controtendenza rispetto al sud che, invece, ha una percentuale bulgara di iscritti ai corsi. Si parla addirittura del 98,3% di frequentanti. In mezzo, in tutti i sensi, troviamo il centro, che si attesta sul 90,3% di studenti iscritti. “Il sud è culturalmente legato all'ora di religione – continua il professore Castegnaro -, tutti frequentano e quindi è praticamente impossibile che qualcuno decida di fare la pecora nera. Nessuno si pone il problema. I valori numerici sono tali che vien da pensare che addirittura gli immigrati si iscrivano all'ora di religione. Nelle città del nord il dato riflette benissimo, invece, quello che è l'andamento generale. Sono dati che, soprattutto, emergono dalle realtà metropolitane del nord e in parte anche dalla Toscana, che si differenzia abbastanza dalla media del centro Italia. Si tratta di zone più secolarizzate, dove la religione ha cominciato a perdere il proprio appeal a favore di interessi alternativi. In alcune scuole del nord di alcune situazioni particolari i non frequentanti sono addirittura la metà. Quindi non è impossibile pensare che mentre dove i frequentanti sono la maggioranza ci si iscriva per seguire comunque il comportamento collettivo, la scelta di frequentare in una classe in cui la metà degli studenti entra dopo o esce prima diventi certamente più difficile e strettamente personale”.

Alessandro Boriani
 
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