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Sabato, 26 maggio alle 21, al reparto 3 dell’ex Ospedale Psichiatrico dell’Osservanza di Imola, penultimo degli appuntamenti Invisibili che T.I.L.T, in collaborazione con Osservanza srl, ha presentato per tre fine settimana di maggio. È di scena La lingua recisa. Il tragico monologo di Calibàno, ultimo proletario nel suo amore smodato per la libertà, spettacolo di e con Nevio Gàmbula.
Curiosità e connessioni.
L’ultima, anzi l’unica volta che ho visto Calibàno in scena ero troppo distratta dai voli di Ariel-Giulia Lazzarini per far caso a quell’essere dipinto di scuro, dalle labbra troppo rosse che usciva da sotto le tavole del palcoscenico ai comandi di re Prospero-Tino Carraro. Si rappresentava La tempesta di Shakespeare, anzi di Strehler, con quell’inizio fragoroso del naufragio sull’isola, la nave tra lampi e tuoni, e il grande effetto delle onde, che poi erano lunghi teli, agitati da nascoste “ondine”... A leggerlo con calma a casa propria – dico il dramma di Shakespeare – è però inevitabile interrogarsi. Il primo imbarazzo nasce subito dalla lista dei personaggi: «Calibàno, schiavo deforme selvaggio». Shakespeare viene certo prima del “politicamente corretto” e non si preoccupa se il lettore (pardon: lo spettatore) compie automaticamente una serie di passaggi, tipo: che selvaggio equivale a deforme, che per gli esseri deformi è plausibile la riduzione in schiavitù. Re Prospero, il civilissimo, avrà forse delle sue personali ragioni (dice che Calibano ha tentato di violare la sua “bambina”, la dolce Miranda), ma il modo in cui apostrofa Calibano, al quale ha usurpato il dominio dell’isola, non è affatto gentile. «Ehi – dice – schiavo velenoso, fatto alla tua rea madre dal diavolo in persona; vieni fuori». Del resto anche la nera creatura non manca di belle parole per augurare ogni male al suo padrone: «una guazza maligna vi piova addosso ... vi soffi addosso il libeccio pestifero e vi copra di pustole».
Nell’attesa di vedere il monologo di Gàmbula-Calibano, rileggo ora con curiosità questi dialoghi, metto sotto la lente di ingrandimento la relazione tra Prospero e Calibano, e penso al 1611, prima rappresentazione del dramma di Shakespeare: l’Inghilterra lanciata alla conquista di continenti ed isole, e tanti selvaggi Calibani da civilizzare, da asservire...
Ma Gambula, come si legge nel comunicato dello spettacolo La lingua recisa, ha piuttosto pensato al nostro tempo, a come sono caduti («caduti nel fango», dice) «i movimenti rivoluzionari che hanno variamente attraversato il Novecento». E per raccontarci una storia di sconfitta ha indossato la maschera del mamuthone, protagonista di quel «grande carnevale tragico che si svolge in Sardegna»: una maschera di legno sul volto, il dorso coperto di campanacci, un essere goffo che avanza con greve lentezza. Sarebbe quanto rimane dopo la rivolta, uno sterile “rituale” agitarsi e ballare, strepitare e cantare, un tumultuare carnevalesco.
Del resto che cos’è il Carnevale, se non il luogo di una temporanea consolatoria inversione, di una libertà assolutamente provvisoria, uno “sballo” funzionale alla restaurazione dell’ordine?
Che parli, che dica pure, Calibàno, che si agiti, che danzi, che sputi, che si ubriachi anche. Che trami al servizio di buffoneschi personaggi per rovesciare il re. Il giorno dopo, passata la sbornia, si ritorna al lavoro, al silenzio. Lingua recisa, lingua tagliata...
Curiosità, dunque, di vedere quel che è nato dalla fusione di queste due matrici teatrali lontane: il selvaggio de La tempesta e il mamuthone, l’eco shakesperiana da un lato e la ricerca dell’attore Nevio Gambula dall’altro. A teatro, se non si va per abitudine, si va per curiosità.
Ingresso: intero € 7,00 – ridotto € 5,00 (giovani e anziani, soci ARCI, UISP).
Informazioni e prenotazioni: 340/5790974; www.tiltonline.org
