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Christopher MacCandless, fresco di laurea, lascia la famiglia e il proprio futuro già scritto per dedicarsi ad un’avventura verso l’Alaska. Si battezza Alex Supertramp (Alex super-vagabondo) e cancella la propria esistenza dando fuoco ai soldi, alla propria carta di identità, a se stesso. Nel suo cammino incontrerà diverse persone, diverse realtà e diverse ragioni per fermarsi. Ma il suo sogno è arrivare nel profondo nord, dove è intenzionato a capire il proprio ruolo nel mondo.
L’America è un paese di confine. Meglio: l’America è un confine. L’America la attraversi continuamente, non esistono punti di riferimento che non siano sempre un po’ più-in-là rispetto al luogo in cui ci si trova. Per Alex Supertramp le tappe dell’avventura diventano esperienze di passaggio, luoghi che non possono lasciare indifferenti perché spingono ad un cambiamento sempre radicale, comportano una crescita che però a lui non basta. Ad Alex non basta crescere, non basta prendere la strada dell’età adulta perché lui vuole capire il motivo di questo percorso. Vuole entrare nel vivo. Vuole arrivare in Alaska. Che è il punto più alto, più impervio, più freddo, più selvaggio, più estremo del suo viaggio, della sua America, del suo confine personale. L’Alaska filmata da Sean Penn, che in questo film dà una prova di regia magistrale, è sconfinata. L’Alaska di Into the wild è quasi inesistente perché troppo grande da filmare, troppo grande da raccontare, troppo personale, troppo “supertramped” da poter essere racchiusa in un confine. Così la storia si limita, pudicamente, a raccontare il percorso del protagonista lungo la strada per arrivare in Alaska. E il punto di arrivo è un autobus in mezzo ad una radura. Una specie di luogo magico, così come viene ribattezzato dal suo nuovo ospite: “Magic Bus”. L’autobus diventa la grotta dell’eremita contemporaneo. In quel posto, sperduto e inerte, Christopher diventa completamente Alex e ridiventa, inversamente, Christopher, in un finale che ha il sapore amaro della verità ed è un calcio nello stomaco dello spettatore.
Into the wild è un film difficile da raccontare e facilissimo da banalizzare. Banalmente si può dire tutto quello che si è detto fino ad ora e anche di più. Si può dire che le tappe toccate dal supervagabondo Alex ricordano quelle già raccontate da Lynch in Una storia vera. Che questo percorso ne è, forse, una ideale continuazione o preludio. Che l’abbandono di ogni comodità fa parte del tragitto che i mistici fanno per raggiungere la Verità, la rivelazione dell’alterità invisibile. Si può dire che Hirsch, il giovane attore impegnato nella trasformazione di sé in Christopher MacCandless, ha compiuto un lavoro impressionante di mimesi, arrivando nelle ultime sequenze a darsi anima e corpo ad un’opera che entra negli occhi degli spettatori come un ferro rovente che scava fino al cuore e allo stomaco. Si può dire, cercando disperatamente di capire le motivazioni originarie, che il film è il racconto di ciò che il vero Christopher MacCandless ha fatto della propria vita. E dicendo questo non si può non pensare che in libreria si trova il libro che ne racconta la vita. Si può anche descrivere il film come una amara fotografia di una società incapace di mettere in contatto le varie-età di cui è composta. Si può anche dire che Eddie Vedder ha compiuto un miracolo quando ha deciso di mettere mano alla colonna sonora. Si può dire, aggiungendo carne al fuoco, che l’Academy si è macchiata di una colpa indecente quando ha escluso il film dai suoi premi. Si può dire tutto per non dire, in fondo, nulla.
Into the wild è un film che va visto, ascoltato, assorbito da ogni senso possibile. E’ un film dai mille sapori e dai mille odori. Un film caldo. Un’opera sconfinata perché rappresenta un confine. Come l’America. Come il viaggio di Alex. Il supervagabondo. Che in chiusura sorride ai suoi amici, da una foto recuperata fortunosamente da chi, mesi dopo la sua morte, l’ha trovato in quell’autobus magico, che è dove non dovrebbe essere. E i suoi amici siamo noi spettatori che abbiamo compiuto con lui questo viaggio, che lo abbiamo incontrato lungo l’ultima, faticosa e felice tappa, di questo infinito viaggio nel confine. Sul confine.
