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Dopo anni di manicomio, in seguito al suicidio del marito professore, una signora italiana decide di aprire un ristorante in un piccolo paese dell’Iowa. Affitta, a tal scopo, un’inquietante casa in collina, che a metà del secolo scorso fu teatro di un terrificante evento.
Facciamo una doverosa premessa: in Italia il cinema di genere è asfittico e solitamente si riduce a qualche commedia più o meno divertente. Se vogliamo scendere ancora più nello specifico, in Italia, patria dei vari Fulci, Bava, Argento e Avati, non si vede un horror decente da anni, visto che forse l’ultimo accettabile è stato l’argentiano Nonhosonno.
Detto questo, quando nelle nostre sale abbiamo visto che a distanza di due settimane sarebbero usciti il film nuovo di Argento e quello di Avati, abbiamo subito sentito l’acquolina in bocca. La Terza madre era, per il regista romano, la prova del nove (e abbiamo visto com’è andata a finire), Il Nascondiglio era, per Pupi Avati, un gradito e doveroso ritorno all’horror.
Così siamo andati a vedere il suo nuovo film con un’aspettativa da regalo-di-natale: Avati non ha mai tradito i suoi affezionati, per lo meno quando si parla di “racconti gotici”. Quando del Nascondiglio non erano rimasti che i titoli di coda ci siamo accorti di aver assistito ad un trionfale ritorno: il film non fa difetto al Maestro emiliano e regala, agli spettatori, un racconto ben costruito e una bella dose di spaventi. I film horror di Avati sono tutti ben riconoscibili: c’è una parte di investigazione, ci sono vocine, misteriose stanze buie, soluzioni nascoste, case terrificanti, religiosi che inquietano e una fauna umana da racconto popolare. Qui troviamo una vecchia signora a cui mancano due dita, un simpatico agente immobiliare, un signorotto paraplegico e un sottofondo di folklore rurale che sembra appartenere più ad un ambiente sociale (la campagna) che ad una particolare regione del mondo.
Il Nascondiglio è un perfetto meccanismo ad orologeria, tutte le parti sono oliate come meglio non si può (tranne forse il doppiaggio della Morante, che in alcune battute accentua un po’ troppo la bella dicitura) e dimostra che Avati ha ancora una gran voglia di raccontare le sue “storie gotiche”. La sceneggiatura ha momenti strepitosi (la battuta finale del nevoso prologo notturno è da applausi) e, in generale, fa procedere il racconto in modo liscio e divertente; le sequenze notturne, all’interno dalla casa, regalano più di un brivido e offrono un paio di salti sulla sedia; la quantità di sangue è contenuta ed è utile al racconto piuttosto che ad ottenere l’effetto bruto, anche se il secondo ritorno al passato apre uno squarcio sull’orrore molto ben realizzato (bravissimi gli addetti al trucco).
Il quasi-settantenne Pupi Avati ha girato il film come se di anni ne avesse la metà, con una voglia di stupire e spaventare che ricorda i suoi esordi, con la sua inconfondibile tranquillità nello svelare pian piano tutto l’orrore che ha abilmente nascosto nelle pieghe della sua trama, con la capacità di tenere lo spettatore agganciato al proprio racconto che sicuramente ha appreso durante gli anni della sua infanzia, quando ascoltava le favole dell’orrore, seduto con gli amici attorno al fuoco.
La sala in cui abbiamo visto il film era composta da un pubblico vasto per età e costumi: c’erano gli affezionati spettatori di Avati e i ragazzi attirati dal film di genere.
Una volta usciti, abbiamo mandato un sms al regista per ringraziarlo delle “belle emozioni di paura”. Due minuti dopo riceviamo la sua telefonata…come un’intervista al contrario.
Avati: Ciao…dove l’hai visto il film?
Io: Ero al ***, a Bologna.
Avati: E c’era gente?
Io): Direi proprio di si…la sala era bella piena.
Avati: Bene…bene…ti è piaciuto?
Io: Cavolo…nell’ultima sequenza la sala era impietrita e abbiamo fatto tutti un salto sulla sedia quando ***
Avati: Ottimo, grazie per il messaggio.
Io: Grazie a lei, buonanotte
Avati: Ciao…buonanotte.
