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Keira Knightley in "Pirati dei Caraibi - ai confini del mondo"
 
25 maggio 2007 | 06:55

Pirati dei caraibi – ai confini del mondo.

di Gore Verbinski (Usa, 2007).
 

Ormai la Compagnia delle Indie ha preso il potere sui mari, un po’ perché tiene inchiodato il terrificante pirata-fantasma-pesciolone Davy Jones, un po’ perché lo scombinato Jack Sparrow è morto, un po’ perché il suo esercito è nettamente più forte della disorganizzata organizzazione corsara. Per una serie di coincidenze e di spinte personalistiche, tre personaggi decidono di ribaltare le sorti della lotta e cercano di riportare le cose al giusto equilibrio.

Tagliamo la testa al toro in partenza, così poi non ci torniamo più sopra: questa terza parte delle avventure dei piratoni è la migliore. La chiusura della trilogia risulta essere la più ispirata, sia dal punto di vista della scrittura, sia da quello della recitazione (addirittura Orlando Bloom sembra essere uscito, finalmente, da quel vago stupore che lo seguiva dai tempi di Legolas), sia da quello della regia, che regala allo spettatore più di una sorpresa. Il film procede, come i precedenti, in una sorta di rappresentazione fiabesca di un’attrazione da Luna Park, eppure il racconto si snoda con un certo ordine e ha alcune soluzioni non banali, come quella che chiude, con una sorpresa che non sveleremo, il film. Film che ha alcuni punti di forza notevoli: la recitazione di Johnny Depp, nella cui filmografia la parte del capitano Jack Sparrow sembra rivaleggiare con quelle, comunque una spanna sopra, che ha dedicato all’amico Tim Burton, e quella della Knightley, che pare essere entrata nel suo giusto ruolo (altrove ci era parsa fin troppo algida e sospesa: qui ha il coraggio di sporcarsi il suo bel faccino e non spreca quel paio di sequenze-madri che Verbinski le offre, su tutte quella in cui si spoglia delle armi prima di entrare nella sauna del pirata cinese). Quello che sorprende, in un film dichiaratamente votato al botteghino e alle famiglie riunite, sono però due sequenze che sembrano uscire, una da un quadro surrealista e l’altra direttamente da un film di Sergio Leone. La prima, forse la cosa più coraggiosa vista in un blockbuster da lungo tempo, è quella che introduce nel film il pirata Sparrow (che fra l’altro, si concede al suo pubblico ben oltre la prima mezz’ora): il nostro eroe si trova moltiplicato in tanti sé, in un universo bianchissimo, in una nave circondata da un deserto di sabbia e abitata da strani granchi a forma di sasso, che saltellano allegri per l’abbacinante spianata. Qui Depp dà la stura al proprio repertorio di cachinni, mossette, saltolini e altre amenità che riempiono le inquadrature, altrimenti quasi insopportabili per stasi e lucore.
La seconda sequenza, quella dell’incontro dei sei protagonisti (tre per parte, così si pareggiano i conti), inquadrata e musicata, giusto per sottolineare lo stretto rapporto col regista romano, come se dovesse essere incastrata in un film della trilogia del dollaro.
Poi, chiaro, Verbinski non è Leone, ma l’omaggio può starci, anche perché la sensazione è che il regista americano (e con lui cast e troupe di questa trilogia) abbia tentato di mettere un fermino sul genere piratesco-corsaro al cinema. Per lo meno, accentuando quanto aveva detto e fatto Polanski nel suo Corsari di lontana memoria.
Nei Pirati dei Caraibi ai confini del mondo (soprattutto qui, se non nei due precedenti) tutto è portato all’eccesso: le scenografie traboccano di paccottiglia, i costumi sono sovraccarichi e luridi, i personaggi sono caricati di simbologie che spesso scivolano nella parodia (spesso volontaria) e la storia va diretta-al-cuore del problema pur ruotando come una giostra che cerca di sfuggire dal proprio centro, centrifugando immagini e personaggi. Cameo di Keith Richards, chitarra dei Rolling Stones, che sembra aver ispirato, con la propria vita, il regista per l’intera trilogia…qui, addirittura, imbraccia una chitarra e improvvisa un breve assolo (poi, ovviamente, rompe una corda quando qualcuno osa disturbarlo con quisquiglie giuridiche).

Spettatori di ogni età, i bimbi sono i più direttamente interessati dall’evento che però è trasversale, per età, sesso e atteggiamento culturale (alcuni, impensabili, tentano di entrare al cinema senza farsi vedere…). Però poi dentro tutti si divertono e fanno il tifo per questo o per quel personaggio.

Alessandro Boriani
 
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