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Una fotografia presa fortunosamente sul campo di battaglia di Iwo Jima comincia a circolare per gli Stati Uniti, risollevando il morale di chi, a casa, non vedeva sbocchi ad una guerra lontana che decimava il numero delle truppe e non riportava che cattive notizie. I tre superstiti a quell’impresa vengono rimpatriati come eroi per convincere i ricchi industriali americani a rifornire le truppe. Ma come andò, veramente, quel giorno su quella montagna?
La guerra al cinema ha una resa strepitosa: come non ricordare le pale d’elicottero che sorvolano la foresta in fiamme dell’incipit di Apocalypse now o l’incontro a roulette russa del Cacciatore di Cimino.
Eastwood non interroga la battaglia per trarne un’epica della morte, come Coppola o lo Spielberg, qui anche produttore, di Salvate il soldato Ryan.
La guerra del vecchio Clint è un affare sporco: la rena della spiaggia di Iwo Jima è nera come il carbone, l’aria puzza di zolfo e si gonfia di polvere ad ogni esplosione, i corpi cadono come foglie autunnali e iscuriscono di sangue una sabbia già notturna, il mare si riempie di navi e aerei, come a formare una coreografia drammatica e guerrigliera, gli occhi dei soldati corrono da un punto all’altro per cogliere il momento in cui incontreranno la morte, per mano di un nemico invisibile, che spunta dal terreno come marmotte impazzite, mentre attorno scoppiano i mortai e il cielo si trova invaso dalle scie luminose delle bombe e dei proiettili che, una volta toccata terra, coglieranno alla cieca un nuovo obiettivo. La battaglia di Eastwood è un carnaio senza vincitori e vinti: è un massacro senza precedenti, al cinema; anche coloro consegnati alla storia ne escono feriti e con l’animo martoriato.
Alla faccia di chi lo definì, in maniera alquanto improvvida, un repubblicano dall’animo guerrafondaio, Clint Eastwood fa tornare dalla guerra uomini senza braccia, con l’animo contorto da memorie incancellabili e devastanti, con gli occhi pieni di lacrime che non finiranno mai di piangere, con ricordi che preferibbero diversi e con un presente costantemente segnato dalle morti dei propri compagni, morti eroicamente al loro fianco.
Ed è qui il punto cruciale, che ruota appunto attorno alle Bandiere dei nostri padri.
Le famose bandiere issate su quella maledetta collina, difesa con i denti dai Giapponesi e fondamentale per fiaccare le loro speranze di vittoria (ben prima che una demenziale mattina d’agosto di un anno dopo, un aereo scaricasse su Hiroshima una bomba incapace di distruggere le case ma in grado di cancellare un’intera città dalla faccia della terra).
Tutti a chiedersi chi sollevò quella bandiera, chi furono gli eroi di quelle giornate campali. L’eroe, o gli eroi, sono coloro che riescono a sopportare sulle proprie spalle il peso di una responsabilità: rappresentare il mondo a se stesso, raccontare le gesta di un manipolo di uomini ed accollarsene onori, ma soprattutto oneri.
E chi c’era e non è tornato non fu meno eroico di chi si salvò, e non fu più o meno umano nel piangere per la propria vita che se ne andava o nell’attestare che “mi hanno ucciso”.
Una guerra di bambini, come la definì in uno dei suoi capolavori Kurt Vonnegut Jr., che chiamò a raccolta una generazione incapace di confrontarsi con quanto aveva davanti, ma che comunque rispose affermativamente alla chiamata.
Una chiamata che costrinse le nazioni a guardare in faccia al vero orrore: quello che cancella gli individui e li trasforma in ammassi di carne spendibili come monete al mercato. Eastwood squaderna tutto questo e anche di più, nei 132 minuti di questo film, che costringe lo spettatore ad un’esperienza quasi senza precedenti: porta per mano sui campi di battaglia, quei campi che ad alcuni sembrano migliori di quanto sono costretti a fare una volta tornati a casa a vendere i buoni di guerra, a chiedere finanziamenti affinchè quel macello potesse continuare ancora un po’…a garantire un altro po’ di vita ed un altro po’ di morte a ragazzi come loro.
E così, l’unico modo per risolvere i propri conflitti interiori è quello di raccontare la verità alle madri di quei ragazzi che erano con loro su quella collina, quel giorno, a sollevare quelle bandiere. E poi annullarsi, cancellarsi, ma mai definitivamente, da quella fotografia che li rese immortali…per un caso fortuito.
Sala ammutolita, timidi applausi al termine delle proiezioni…un film imperdibile dal regista più grande in circolazione.
