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18 ottobre 2006 | 07:35

Monster House

Di Gil Kenan (USA, 2006)
 

DJ e il suo amico Timballo abitano in un piccolo borgo della provincia americana e hanno come vicino di casa un vecchio burbero che maltratta tutti i bambini che passano vicino alla sua tetra villa. Per una casualità, il vecchio finisce all’ospedale e la casa comincia ad animarsi e a mangiare cose e persone che le capitano nei paraggi.

La narrativa statunitense si nutre costantemente di questi luoghi: la provincia, i ragazzini in odor d’adolescenza, le case misteriose, l’orrore nascosto nelle piccole cose.
Non si fa scrupoli neppure questo film, prodotto da Spielberg e Zemeckis, che racconta una storia come tante ne abbiamo già sentite, mettendo sullo schermo però un tripudio di colori autunnali e un paio di sequenze mozzafiato, come quella che vede i tre protagonisti inghiottiti dalla casa mentre cercano di sfuggirle. La cosa interessante, in altri termini, è vedere come sia stata realizzata l’ennesima trasposizione di quello che è ormai un classico: tre ragazzini, con  qualche ormone che comincia ad attivarsi, che devono sconfiggere i loro mostri personali per raggiungere la maturità.
E tanto per essere chiari subito, a DJ sta cambiando la voce e non va più di partecipare alla notte di Halloween facendo “dolcetto o scherzetto”: ormai è grande, non ha più voglia di giocare e si sente in imbarazzo di fronte alle smancerie (un tantino eccessive, a dire il vero) della madre apprensiva.
Bene lo capisce il padre, che si rifiuta di partecipare alla profusione di baci e abbracci a cui la moglie lo vorrebbe costringere, mentre stanno per partire per un convegno di dentisti. Timballo (in originale Chowder, timballo appunto: la fantasia degli sceneggiatori è surreale), l’amico invece è un personaggio che presenta immediatamente i caratteri del ragazzino in difficoltà (e chiarisce subito che ha una famiglia disastrata: genitori separati che si disinteressano completamente della sua salute…salvo poi smentirsi più tardi, con una telefonata inferocita da parte del padre): è grassotto, iperattivo, a tratti fastidioso e solennemente rompiballe.
Jenny è, invece, un personaggio complicato: ragazzina di buona famiglia, va in una scuola privata e si è organizzata le vacanze per vendere in anticipo dolcetti nelle case a cui mancano: lo fa perché ha spirito d’iniziativa.
E’ forse il personaggio più adulto ma, a pensarci bene, anche quello più triste, perché  ha già abbandonato l’età in cui i sogni e le fantasie possono prendere forma senza dover per forza averne una prova tangibile (tanto che l’approccio alla casa mostruosa è traumatico).
Attorno ruota un cast con i classici adolescenti stupidi, fra cui una babysitter  e il suo ragazzo, adulti surreali (Freek: il pizzaiolo videogiocatore assatanato) e il vecchio cattivo, che avrà però la sua rivincita sul mondo, in un finale che è un trionfo di colpi di teatro e di commozione.
La cosa però che stupisce di più, come si diceva, è la grandiosità della realizzazione tecnica: un cartone animato che in certi momenti sembra mostrare immagini dal vivo, tanto è curata la fotografia, il realismo degli ambienti e la cura di alcuni particolari (gli esterni, poi, fanno strabuzzare gli occhi in certi momenti).
E il fatto di aver per le mani un film d’animazione, ha permesso agli autori di sbizzarrirsi con inquadrature impossibili, passaggi da una scena all’altra attraverso soluzioni stupefacenti (da una foto alla realtà, passando dal pomeriggio alla sera in un unico piano) e la possibilità di scatenare una casa mostruosa per tutta la città, in un prefinale da applausi a scena aperta.

(Due coetanei dei protagonisti hanno commentato per tutto il film, rompendo l’anima a tutta la sala: deve essere una malattia gravissima e molto triste quella di non riuscire a star zitti, fermi e concentrati neanche un’ora e mezza, mentre sullo schermo stanno mostrando immagini imperdibili).

Alessandro Boriani
 
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