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14 luglio 2009 | 09:33

Nel teatro allo stato nascente

Note sull’acqua (di terra)/9.
 
Casalfiumanese, martedì 7 e giovedì 9 luglio 2009

Il lavoro avanza ancora per sondaggi ed esperimenti. Noi tutti percepiamo che un disegno si sta componendo nella mente dei nostri maestri, ma loro continuano a cercare, cercano sempre, e fino all’ultimo tengono aperta la porta della immaginazione, all’idea che può affacciarsi. E pare improvvisa, ma è frutto di una lunga segreta gestazione. Ad essa anche noi partecipanti diamo un apporto, infinitesimale forse e non sempre consapevole. Gettiamo noi pure un poco di lievito nell’impasto. Del resto siamo sempre più chiamati in causa con i nostri gusti e le scelte personali, testimoni-protagonisti del teatro allo stato nascente.
Vetrano e Randisi ci hanno chiesto qualche tempo fa di accostarci a un personaggio, di coglierlo in un frammento di dialogo o di monologo nelle opere di Shakespeare. Ed eccoci impegnati per due serate in un arduo e singolare confronto con una breve sequenza di immagini e parole dentro cui dobbiamo trapiantare la nostra vita, quella che abbiamo in noi, profonda e invisibile.
Varco difficile e un poco doloroso. Sempre istruttivo – per chi siede ai margini del campo – vedere “portati” dai propri compagni Ofelia e Porzia, Lady Macbeth, Shylock e Jago, Jessica e Giulietta, poi Amleto, Goneril, Lear, Gloucester, e ancora Ariel, Prospero... Le scelte convergono talora sullo stesso personaggio, ma le “esecuzioni” divergono. Versi e personaggi non sono “prêt à porter”, e anche per la buona stoffa occorrono buoni sarti. L’attenzione con cui Enzo e Stefano osservano ciascuno di noi è totale. Guidano e sostengono i nostri passi. Suggeriscono. Si applicano con intelligente disponibilità a inventare le strade che possono condurci al cuore dell’essere, ad allontanare dal nostro parlato ogni cantilena o monotonia o “recitato”, ogni imitazione esteriore di un’idea preconfezionata di verità. Che poi sfocia nella falsità più fastidiosa. Quasi tutti ancora leggiamo: ahi! la paura di staccarsi dal foglio, dai supporti alfabetici per camminare come acrobati sul filo della memoria! So che proveremo fino all’ultimo un senso di vuoto, una vertigine. Ma so che per quanto breve, il nostro sarà un vero volo. Uno staccarci da terra.
Scopro (o riscopro?) in questi giorni (qualcuno in famiglia mi rimprovera il ritardo) che Shakespeare componeva in versi: una musicalità perduta? Sì, no. Piuttosto in queste serate ci siamo scontrati con la molteplicità delle versioni. Qualche traduttore prima di applicarsi alla lingua del vecchio poeta ha indossato una palandrana da accademico e ora tenta di costringerci tra parole e giri di frase inconsueti: non c’è modo migliore per ucciderli, i poveri classici, portarli sulla scena come “cadaveri riscaldati”. Chi l’ha detto, non ricordo. Magari c’è un pubblico a cui piacciono così. Da un tale rischio ci salvano i nostri due registi che, pescando tra varie traduzioni, limano, correggono, sostituiscono.
Farli vivere senza tradirli Shakespeare e gli altri: una sfida. Farli vivere anche solo prelevando dal loro tessuto una preziosa tessera, un lembo di pelle, di cuore... Con rispettosa circospezione, si capisce. Un amico mai conosciuto, raffinato critico d’arte morto troppo giovane, diceva: «Piano, piano. Alla poesia, all’arte bisogna avvicinarsi piano; l’animo presto si satura...». Allora dopo avere esitato tra le molte pagine dei drammi scespiriani, decidiamo. La porzione che avremo ritagliato per il nostro spettacolo ci darà nutrimento sufficiente, dovessimo attraversare un deserto. Coraggio, è tempo di partire.

Giuliana Zanelli
 
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