Casalfiumanese, lunedì 8 giugno 2009
20.30-23.30 - passa la serata, uguale, diversa. E non penso, mentre sono lì, a queste note che ho deciso di scrivere e consegnare a un angolo di giornale online.
Sui momenti che passano – tre ore, 180 minuti, più di mille secondi... – agirà il filtro delle ore successive. Che cosa ricorderò il giorno dopo, due giorni dopo? Questa frase di Enzo, questa osservazione di Stefano che ascolto ora qui, le dimenticherò? Non importa. Non prendo appunti. Istanti mi attraversano che non voglio mettere in scatola per “consumarli” dopo. Mi parrebbe un’aberrazione, nel senso proprio di distorsione, la stessa di quando si vive una vacanza dietro la macchina da presa, dietro un obiettivo: degustazione differita. O anche si ascolta con la penna in mano, nell’ansia di fissare parole che fluttuano nell’aria: catturare l’istante, l’eternità d’istante. Impossibile. Ma molto resta che non sappiamo che resti. Domani basterà forse afferrare un bandolo del gomitolo entro cui si avvolgono queste ore. Qualcosa ritornerà. L’emozione, il colore di un momento. Del resto quando sei lì col foglio in mano, o con la tua memoria vacillante – “attore” sulla scena – come sperare di far vibrare quello che fai e dici di una “verità” speciale, quella che sconcerta e affascina il pubblico attratto da questo gioco un po’ diabolico di metamorfosi in diretta di cui si sostanzia il teatro? Occorre una presenza totale. Al “qui e ora” del teatro non si sfugge.
E allora anche come “allieva” del laboratorio cerco di essere sempre lì: cuore, nervi, pensiero, attenzione, tensione. Il frutto del laboratorio, l’esercizio che si fa, sta infatti dove meno credi. Anche nell’angolo da cui osservi i maestri e i tuoi compagni. Ecco, noi qui nel laboratorio ci esercitiamo per giocare bene questo gioco.
Tecniche... Il laboratorio non è un “corso di teatro”. È di meno e di più.
Non c’è tecnica che sostituisca quella ardua del trarre da dentro l’energia per essere sulla scena.
Ci provi e qualche volta ce la fai. Tante volte no. Provi paura, sei smarrito e vuoto.
Puoi anche tentare (mi sembra questo il suggerimento di Enzo) di rovesciare il senso di svuotamento e di impotenza che ti prende quando sei là davanti a tutti e hai il compito di investire di senso le parole di Desdemona o di Macbeth. Stanno sulla carta, come segni magici. Rovesciare: fare della tua debolezza un punto di forza, un appoggio emotivo. Ritenta.
Per il resto, la terza serata passa. Concentrazione e gesto: esperienza dell’odio e dell’aggressività. Durissima. Odiare è una fatica che tendo a risparmiarmi. Eppure a volte mi capita. Fatica di recuperare una rabbia estrema.
Lentezza, precisione del gesto, da mantenere poi nella velocità. Nella lentezza si conquista la precisione da portare nella velocità. Esiste una memoria del corpo che la mente non sa. Qualcuno ricorda lo scritto di Calvino nelle Lezioni americane: “Rapidità”? Velocità del gesto di Chuang-Tzu. Dieci anni di allenamento per realizzare in un istante il disegno veloce e perfetto di un granchio. Un lavoro segreto e silenzioso di dieci anni.
La pazienza di attendere senza disperderci.
Le altre "note" >>>