Note sull’acqua (di terra)/2.
Casalfiumanese, giovedì 4 giugno 2009.
Serata intensa, questa seconda del laboratorio teatrale della vallata.
Ormai non ci sono quasi più preliminari. Anche chi ci raggiunge solo ora coglie presto che l’importante è provare a fare: affidarsi alla guida e accettare di fare un passo alla volta, di non capire tutto subito.
L’inizio del lavoro è ancora quello, fondamentale, della lenta solitaria silenziosa discesa dentro le proprie tensioni, per riconoscerle e scioglierle. È un pensiero che ci percorre leggero come una carezza, un soffio. Al suo tocco qualcosa accade: ai muscoli degli zigomi e della mascella, a quelli del collo e delle spalle... Respiro. I contorni delle cose sfumano, e gli occhi lacrimano: nessun sentimento, solo la reazione fisiologica alla fissità dello sguardo che cerchiamo di mantenere spalancato, sforzandoci di inibire ogni irriflessa reazione delle palpebre che invece vorrebbero battere veloci e pulire gli umori che si accumulano. Ma questo “pianto” che ci viene dall’esterno, dalla superficie dell’occhio e cola persino dal naso, finisce con l’indurre una motilità interiore, una disponibilità a “diventare”. Siamo come su di un asse di equilibrio tra l’area del dolore e quella dell’allegria. Tendiamo a uno stato neutro e vigile insieme. È il momento di provare a raggiungere uno stato di coscienza visibile, fissarlo in un gesto. Enzo e Stefano ci guidano. Portiamo molto lentamente le mani davanti agli occhi. C’è una brutta macchia. Di sangue. Proviamo a cancellarla. «Questa macchia non andrà mai via»: l’innesto della parola non avviene così subito, ma avviene. In successione tutti siamo chiamati a dire «Questa macchia non andrà mai via». Per alcuni è un soffio rauco, per altri un grido. Sì, è vero, a volte forziamo questo grido. Ricerca inconsapevole dell’effetto. Imitazione, stonatura, enfasi. Rompiamo quel filo che i nostri maestri cercano di connettere tra il fuori e il dentro di noi, tra gli stati di coscienza e quel che arriva a chi ci sta di fronte, al pubblico e si fa visibile. Il pubblico non vede il nostro “vero” pensiero, ma l’anima, o lo stato di coscienza che viviamo, traspare nella voce e la plasma. E può credere che “siamo”.
Più tardi nella serata alcuni di noi si propongono per fare un simile silenzioso esercizio, e bloccare in un gesto il più teso possibile un momento della vita di Porzia, di Lear, di Giulietta, di Lady Macbeth...
Ma in mezzo c’è stata un’altra esperienza silenziosa: da una condizione di morte, a un fantomatico risveglio. Una musica sostiene l’azione. Qui succede qualcosa: la ripetizione a coppie della breve intensa sequenza, la musica che ricomincia e finisce ogni volta, provoca effetti di trance, assistiamo a variazioni cha arricchiscono l’azione, ma la ripetizione porta anche degrado e imitazione. Le atmosfere si rompono, la magia del teatro è delicata e un nulla la dissolve. Occorre afferrarla e tenerla forte.
Impariamo che andremo in scena Sabato 25 luglio, ore 21.30 - Parco Manusardi di Casalfiumanese Il titolo dello spettacolo sarà “Come le maree sotto la luna”. Vetrano ci comunica alcune sue idee drammaturgiche, ma queste fanno parte dei segreti del laboratorio. Per ora basta sapere quello che compare nei dépliant: «Il laboratorio chiede a coloro che andranno in scena di essere sé stessi, di approfondire la ricerca delle proprie emozioni per farle diventare comunicazione, gesto, intonazione, personaggio. Un percorso attraverso i testi di Shakespeare che diventa un viaggio dentro al teatro e, seguendo l’insegnamento di Leo, immagina e sperimenta relazioni impreviste dagli esiti imprevedibili».
La prima puntata >>>