09 giugno 2009 | 15:00
Stati d’animo, stati di coscienza
Note sull’acqua (di terra)/1
Casalfiumanese, ore 20.30 del 1 giugno 2009.
Sono la più vecchia, in assoluto.
Ho seguito tutti i laboratori del festival dal 2001, dico quelli condotti da Enzo Vetrano e Stefano Randisi. Da due anni manco, e non ho partecipato ai laboratori di Tanino De Rosa (2007), col quale ho sempre lavorato con grande soddisfazione, e di Giovanni Moschella (2008) che conosco come attore. Un giorno o l’altro, avendo vita, chissà...
Ora mi provo a ritornare coi maestri di tante esperienze teatrali, attori e registi che ho avuto la fortuna di incontrare e di vedere lavorare da vicino. Credo di conoscere le linee del viaggio che Enzo e Stefano ci proporranno, e desidero ritrovarle. Ma so che ci saranno anche nuove scoperte.
Ritrovo: qualche vecchio compagno di avventure teatrali nei laboratori di T.I.L.T. o del Festival e molti, molti giovani nuovi, nuovissimi, sconosciuti. In tutto al primo appuntamento siamo più di venti. Donne e ragazze in maggioranza.
Sento che l’età mi mette al riparo dalle tensioni relazionali, dalle schermaglie.
Così credo, almeno. Magro privilegio.
E poi cerco soprattutto silenzio, solitudine, ascolto. E questi subito ci sono.
Il viaggio inizia attorno alle parole misurate, parche dei nostri attori-registi.
L’idea guida del laboratorio la conosciamo già: «A partire dalla lettura di vari lavori scespiriani si elaboreranno scene e situazioni da vivere sul palcoscenico. Nel laboratorio si lavorerà sul corpo, sulla voce, sull’emozione e sulla concentrazione. Sui diversi “stati di coscienza” – come li chiamava Leo de Berardinis – che un attore deve attraversare per immedesimarsi in un ruolo».
Leo De Berardinis, il maestro che non c’è più e che, come fosse ancora vivo, radunerà tanti suoi attori in questo festival 2009 a partire dalla prima serata alla Rocca di Imola, il 19 giugno.
È dunque per Leo che sono qui.
Il primo e più importante incontro che cerco nel laboratorio è con me stessa.
Liberarsi dalle croste, dagli schermi, dai vizi. Concentrazione, presenza possibilmente tutta intera di sé a se stessi.
Siamo in piedi. Ciascuno, seguendo le indicazione che vengono dalle voci di Enzo e Stefano, cerca di liberarsi da tensioni estranee al gioco che sta per iniziare. Deve offrirsi ad altre tensioni. Gli occhi spalancati a fissare un punto di fronte a noi lacrimano presto. Lo sguardo si sfoca, verso un orizzonte che non c’è. No, c’è, ma è dentro. Le emozioni vengono da giù, da un profondo sepolto. Lì è il nostro personale, segreto serbatoio cui attingere la verità, grumi da far riemergere. Non si finge sulla scena, dice Enzo. Non si “recita”. Si è. Per “gioco”, certo, ma si è.
Liberarsi da maschere e posture: nel corpo, nell’anima e nella parola.
E fintanto che stiamo al livello primordiale di muscoli che si tendono, di stati d’animo, emozioni che si esprimono in un gesto raggiunto, assaporato con lentezza, il gioco riesce.
Poi c’è la parola. E qui è il difficile. Farla vivere nella verità e semplicità. La parola di Shakespeare! A donne e ragazze viene proposto il brano della morte di Ofelia. «C’è un salice...», racconta la regina, la madre di Amleto.
La sfida è già nelle prime sillabe. Che non sono sillabe, ma immagini. Questo salice si protende da ciascuna di noi che col foglio in mano si prova a mettere una vibrazione autentica e credibile in quelle parole. Ha voglia Enzo di dire che è semplice. Lo schermo che ci separa dalla “naturalezza” è duro, non crollerà certo subito.
«C’è un salice...». Cominci a leggere, con una voce che non sempre riconosci. E sei sola. I tuoi compagni attorno stanno in ascolto. Ti sanno sul filo di una difficile acrobazia, e non possono assecondarti che col loro silenzio teso, la loro concentrazione, l’attesa rispettosa e paziente.
Grazie.
Per questa volta è già tanto.
Giuliana Zanelli
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