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camporesi
 
09 settembre 2008 | 10:31

«Non sarà la fine del mondo l’esperimento del 10 settembre»

Parla Tiziano Camporesi, cotignolese, scienziato del Cern a Ginevra.
 
«La possibilità che l’acceleratore Lhc generi la fine del mondo è la stessa che domani io esploda rasandomi la barba davanti allo specchio. Non è impossibile, ma altamente improbabile». Parla così da Ginevra Tiziano Camporesi, cotignolese, scienziato, uno dei padri dell’Lhc, al centro di tante polemiche in questi giorni.
Secondo alcuni media internazionali e nazionali, e secondo alcuni scienziati esclusi dal progetto, l’Lhc sarebbe un diabolico marchingegno capace di scoprire l’origine della materia e allo stesso tempo di risucchiarla, tutta, dentro un buco nero.
La profezia apocalittica risale allo scorso primo settembre, parte dai media e dà il via al countdown, a braccetto col panico-delirio, che ci separa dalla scomparsa del nostro Pianeta, prevista per il 10 settembre 2008 data di accensione, a Ginevra, del Large hadron collider, il più potente acceleratore di energia mai esistito sulla Terra. Si tratta di una gigantesca, oltre ventisei Km di circonferenza, e costosissima, oltre 6 miliardi di euro, macchina posta nel sottosuolo tra Francia e Svizzera, capace di far scontrare particelle atomiche l’una contro l’altra a una temperatura che supera 100mila volte quella del sole. Il tutto per scoprire il «Bosone di Higgs», o «Bosone di Dio», l’anello mancante che confermerebbe l’attuale teoria sulla massa e giustificherebbe così il peso di ogni particella esistente. L’allarme prima di giungere in Italia è pubblicato sul Sunday Telegraph dove il chimico tedesco Otto Rossler e colleghi, dopo aver presentato ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani, allarmano a proposito dell’effetto collaterale dell’esperimento del Centro ricerche nucleari di Ginevra; la produzione di un buco nero capace di fagocitare l’intero Pianeta. Ma a smentire la notizia e a placare l’isteria mediatica da «fine del mondo» si schierano tutti gli scienziati del Cern.
Cotignolese di nascita, Tiziano Camporesi dal 1986 è uno degli scienziati del Cern dove studia e progetta gli acceleratori di particelle.
È lo stesso Camporesi a confutare il bestiario di voci incompetenti sull’acceleratore, sui suoi possibili e catastrofici esiti. E lo fa a partire dal via libera al test dato dalla Corte europea dei diritti umani, dopo il rifiuto al ricorso avanzato dagli scienziati tedeschi. Ed è sempre lo scienziato cotignolese a chiarire la non pericolosità, il funzionamento e le potenzialità in termini di scoperta dell’acceleratore Lhc.
«Tutto questo delirio da Lhc –commenta Camporesi -, è stato innescato e poi alimentato da fonti di informazione non scientifiche e quindi non competenti in materia, fonti che hanno strumentalizzato la notizia solo per fare audience. Quello che i giornali hanno fatto è stato ridurre uno studio lungo anni e finanziato da venti Paesi europei più gli Stati Uniti, alla stregua di una diavoleria ordita da un gruppo di esaltati che vogliono distruggere il Pianeta. Sempre ai media va il merito di aver rinominato i “Bosoni di Higgs” in “Bosoni di Dio” e di aver inventato il rischio del buco nero che inghiotte e distrugge la Terra. Come scienziato non posso dire che è assolutamente impossibile che si formi un buco nero, perché scientificamente parlando, nulla è impossibile. Ma la possibilità che l’acceleratore Lhc generi la fine del mondo è la stessa che domani io esploda rasandomi la barba davanti allo specchio. Non è impossibile, ma altamente improbabile».
I buchi neri che la macchina Lhc potrebbe formare entrando in funzione sono detti buchi neri quantistici che si dissolvono in una minima percentuale di secondo poiché il loro peso è una frazione di quello di una zanzara. Queste formazioni non hanno niente a che vedere con i buchi neri gravitazionali che si trovano al centro delle galassie, che hanno origine dal collasso delle stelle, che concentrano un’enorme quantità di energia poiché attraggono tutti i fotoni della luce impedendone la fuoriuscita, e che effettivamente potrebbero mangiare la materia, distruggendola.
L’acceleratore di particelle di Ginevra in realtà è l’unico strumento in grado di dare risposta a una serie di interrogativi mai spiegati: perché abbiamo un determinato numero di particelle fondamentali? Perché quando si studia la massa solo un 25% di questa è noto e il restante 75% è materia oscura? Perché il nostro mondo è fatto di materia e non di antimateria?
Se le centrali nucleari trasformano la massa in energia l’Lhc è in grado di fare il contrario; trasformare, attraverso lo scontro tra particelle accelerate di idrogeno, l’energia in massa grazie a una specie di rivoluzione tra protoni. Attraverso l’analisi del momento di collisione tra le particelle e l’energia di interazione generata, questa macchina offre la possibilità di scoprire come funziona la la natura da 14 miliardi di anni.
«Alcuni scienziati aiutati da fonti di informazioni incompetenti –continua Camporesi -, hanno dato sfogo alla più libera fantasia sostenendo che per il nostro pianeta l’energia di interazione generata dell’Lhc sarà insopportabile e il buco nero che si formerà avrà il potere di distruggerci. Ma il buco nero di cui parlano loro non ha nulla a che vedere con i buchi quantistici che potrebbe facilmente formare, e altrettanto velocemente dissolvere, la macchina. Ma ancora più importante è spiegare che noi di macchine Lhc ne abbiamo conosciute di molto peggio, l’universo per esempio. Negli spazi interstellari esistono protoni che nel vuoto sopravvivono e vengono accelerati da campi (deboli) magnetici. Questi flussi, alcuni dei quali arrivano sulla Terra per interagire con i protoni dell’atmosfera, hanno energia molto superiore a quella dell’Lhc. L’energia prodotta dall’Lhc è pari a 10(15) e andrà avanti 8/9 mesi l’anno per dieci anni mentre le interazioni dell’universo durano da 14 miliardi di anni e sono di gran lunga più potenti, 10(22). Ma nonostante ciò siamo ancora tutti vivi».
L’acceleratore verrà azionato il 10 settembre, sarà operativo a partire da ottobre e fornirà i primi risultati dopo due anni di presa dati.
«La macchina ci darà moltissime informazioni – conclude Camporesi -, la maggior parte di queste le conosciamo già. Il nostro compito è capire se la teoria sull’origine della massa è corretta e lo possiamo sapere solo se troviamo il mattone che, da sempre le manca, il “Bosone di Higgs” o “Bosone di Dio”».

Tratto da sabato sera Bassa Romagna del 5 settembre 2008

Elisa Ravaglia
 
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