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Casa di tolleranza
 
24 febbraio 2010 | 14:10

Quando le escort erano prostitute

Di Giorgio Antonucci
 
Nel 1958, mentre studiavo medicina, lavoravo come assistente volontario di antropologia culturale e mi chiesero di occuparmi di donne che uscivano dalle case di tolleranza appena chiuse dalla Legge Merlin. Queste donne venivano aiutate da organizzazioni cattoliche, e non, a reintegrarsi nella società. Era una vera necessità, in quanto uscivano da un vero e proprio stato di reclusione in cui lo Stato alimentava lo sfruttamento, lo legalizzava e permetteva che le donne che esercitavano la prostituzione vivessero in condizioni di clausura con tanto di schedatura e carta di identità differenziata. La Legge Merlin, fu quindi sacrosanta, perchè non intendeva regolamentare il sesso a pagamento, ma difendere i diritti delle donne, tanto che fece inserire nel codice penale lo sfruttamento e non l'esercizio della prostituzione.
Con la nuova legge, le ex prostitute, si trovarono senza prospettive lavorative, considerate con disprezzo e senza essere poste in condizione di rifarsi una vita.
Ricordo che la legge fu contestata a destra e a sinistra e contro la chiusura si schierarono personaggi come Indro Montanelli, ma anche come Federico Fellini.
Il regista riminese, per esempio, rivestiva i bordelli di un'aurea romantica ma le donne che ho conosciuto io nel 1958 non ispiravano nessun romanticismo. Avevano necessità urgenti, quali trovare un lavoro e una collocazione nella società, cosa non semplice, vista l'etichetta che si portavano dietro. Con loro feci quel lavoro che decenni dopo dovetti fare quando lavorai alle chiusure dei manicomi, anche in questo caso era necessario, ma non sufficiente, liberare le persone recluse.
Non va dimenticato che le case di tolleranze sorsero ai tempi di Cavour che, ispirandosi a Napoleone, pensava di regolamentare la vita sessuale degli italiani con le case di tolleranza che fungevano da paravento alla moralità pubblica e ai problemi famigliari. Lo Stato, quindi, proteggeva il cliente da problemi igienici e di salute, ma a senso unico. Ovvero considerando solo le donne, che venivano sottoposte a trattamento sanitario obbligatorio, portatrici di malattie veneree.
D'altra parte, anche Cavour si ispirava allo stato etico di Hegel, una concezione che, successivamente venne proseguita sia dai regimi fascisti che da quelli comunisti.
Si tratta di quello che Tomas Szaz chiama “Stato terapeutico”, uno stato che controlla i costumi e, fondamentalmente, considera i cittadini dei malati che vanno curati.
Ma nello stato etico o terapeutico, come mostrano i giornali di oggi, vi è una doppia morale, per cui se i cittadini si drogano o vanno con le prostitute vanno puniti, mentre se ci vanno i potenti si tira fuori il gossip, il garantismo e via dicendo.
La morale evidentemente è fatta dai potenti ed è imposta a chi non ha potere. La legge non è uguale per tutti e mentre un comportamento “amorale” di un potente viene visto come un vizio di poca importanza, lo stesso comportamento da parte di un debole può costare la galera, o la reclusione. Magari in manicomio o in clinica psichiatrica.

Nel 1958, quindi, mi ritrovai in forti difficoltà sui consigli da dare a queste donne che in alcuni casi rischiavano di finire sfruttate da sfruttatori privati e non più pubblici.
Il problema, infatti, non è la prostituzione, ma lo sfruttamento. Che poi sia nei confronti di una prostituta o di un'operaia poco cambia, le persone devono comunque essere considerate libere e mai schiave. Ricordo una volta che una ex prostituta venne rinchiusa in manicomio perché in crisi di nervi a seguito di un litigio. Non riuscii a evitare il ricovero della donna, ma compresi, per la prima volta, che il problema non era medico, ma di potere.
Anche a Gorizia nel manicomio che Basaglia stava chiudendo, erano rinchiuse ex prostitute e donne considerate “immorali” perché avevano più di un uomo. Ma né lì, né altrove, ho mai trovato il contrario, ovvero uomini reclusi perchè avevano avuto troppe donne.

Giorgio Antonucci
 
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