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29 aprile 2009 | 14:38

Colpevoli di essere donne

di Giorgio Antonucci
 
Il primo reparto di cui mi occupai al manicomio di Imola era il reparto 14, quello delle "agitate". Le pazienti erano ridotte in pessime condizioni da anni di immobilità, imbottite di farmaci, abituate a convivere con la camicia di forza. Alcune di loro avevano subito lobotomie ed elettroshock, non possedevano vestiti propri, non avevano oggetti personali o armadi. La loro era una vita solo a livello biologico, erano completamente aboliti i rapporti con loro. Solo ordini e repressione. Passare i giorni legati al letto, imboccato ad attendere iniezioni non è vivere, ci si scorda anche che cosa significhi.
Entrando dissi che avrei cambiato tutto, che non ammettevo metodi repressivi e ho incominciato ad instaurare un rapporto diretto con ogni singola persona. Restando con le pazienti giorno e notte, in attesa che passassero paure e incubi per trovare il momento giusto per poter parlare con loro. Incominciai a distribuire abiti, oggetti personali ed armadietti. Col tempo, cambiando atteggiamento verso di loro, sono cambiate anche loro, hanno incominciato a uscire, hanno ripreso a vivere.
Anche le cartelle cliniche non dicevano nulla di queste donne, c'erano dati generici, origine sociale (quasi tutte povere) e altri dettagli che non corrispondevano alla loro vita. Quando hanno incominciato a uscire dal reparto, camminando in giardino e poi in città, è incominciato il dialogo con loro e con i loro parenti. Ho conosciuto le loro storie e ho saputo che i problemi erano spesso legati alla sfera sessuale. C'era la giovane donna che prima del ricovero aveva ricevuto le "attenzioni particolari" di un padre o di un altro membro della famiglia, altre erano stato ricoverate a seguito di una gravidanza "indesiderata". I ricoveri erano spesso utilizzati per eliminare una testimonianza, per coprire la famiglia. Mi accorsi che troppo spesso proprio l'essere donne era alla base del loro ricovero. D'altra parte, il termine isterismo significa che "viene dall'utero", e ai tempi di Freud si discuteva se l'isterismo era una malattia o una simulazione.
Emblematico è il caso di Dora, studiato da Freud nell'autunno del 1900. La ragazza, 18 anni, figlia di un industriale di Vienna era stata sottoposta alle attenzioni di un amico del padre che pare cercasse di avere rapporti con lei. A seguito dei baci di quest'ultimo, la ragazza ebbe nausee e mal di testa. Disse che non voleva saperne nulla delle attenzioni dell'amico paterno, ma il padre l'accusò di essersi inventata tutto. Perché il padre aveva una relazione con la moglie dell'amico e, come capita spesso, le donne erano merce di scambio per il piacere degli uomini.
Alla fine dell'analisi, Freud stabilì che la ragazza era isterica. Secondo la diagnosi, Dora aveva mal di testa perché si era sentita attratta dall'amico del padre e questo le aveva scatenato un forte senso di colpa.
In pratica, la solita vecchia storia. La donna vittima di abusi se li sarebbe cercati. Freud finì per considerare la cura di Dora un fallimento terapeutico, perché la ragazza abbandonò la cura. La donna è la vittima, ma ad essere giudicata malata, a dover essere curata è lei. Quante volte succede ancora oggi? Quante ragazze si ritrovano dallo psicologo dopo le pesanti avances di pessimi uomini che continuano a vantarsene al bar sotto casa?

D'altra parte, la donna è sempre stata considerata biologicamente inferiore nella nostra cultura. Anche per Freud la donna è un mistero, e già questo significa collocarla in una posizione inferiore. Perchè si intende dire che tra uomini ci si può capire, non con le donne. Questo ha tenuto le donne per decenni in una condizione di inferiorità a cui non è semplice ribellarsi. Come gli operai che si sono rivolti al fascismo, alcune donne accettano questa condizione di inferiorità e si trovano ad essere d'accordo con chi le perseguita.
Ma chi accetta il punto di vista dei dominatori, purtroppo perpetua questo tipo di società.
La donna raramente viene vista nella sua autonomia, da sempre. La Madonna è importante in funzione di Gesù. Non è mai considerata come fine in sè. Sono pregiudizi radicati in tutte le religioni monoteiste, dove le donne sono sempre raccontate in funzione di altro.
Soprattutto dei desideri dei maschi.

Giorgio Antonucci
 
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