Homepage
E’ uscito nelle sale cinematografiche, in questi giorni, il nuovo film di Pupi Avati che, dopo una decina d’anni dalla sua ultima escursione nell’horror, si ripropone al genere con Il Nascondiglio. Abbiamo raggiunto il regista sul set del nuovo, blindatissimo film che sta girando in questi giorni, per chiacchierare con lui del Nascondiglio, per farci raccontare qualcosa di più sulle suggestioni che emergono dalla visione e per capire come sia possibile, a quasi settant’anni, girare un film che sembra un esordio sorprendente, come se si fosse appena scoperto il cinema e le sue magie,
La casa dalle finestre del 1976, Zeder del 1983, L'arcano incantatore girato nel ‘96 e ora Il Nascondiglio: lei scrive e gira horror con una cadenza quasi decennale: c'è qualcosa dietro a questo ritmo, una specie di cabala?
“La faccenda del decennale è una cosa incidentale, non c'è una scelta consapevole dietro questi miei ritorni al genere. Certo è che ad un certo punto sento una specie di crisi d'astinenza per un certo tipo di cinema e di racconto. Gli altri miei film sono molto autobiografici. E’ un cinema in prima persona singolare.
Si vede che dopo dieci anni ho bisogno di riemergere da questo scavo faticoso per prendere una boccata d'aria nel genere. Tornare al cinema dell’orrore mi serve per riverificare tutto l'impianto, per rivedere il mio rapporto col cinema. Voglio capire se sono ancora capace di utilizzare la macchina cinema in modo non autoreferenziale”.
Una narrazione in terza persona, quindi?
“Esatto, si tratta di tornare a narrare storie non riconducibili alla propria biografia. E’ una specie di check up personale. Mi dico: vediamo se sono in grado di fare di nuovo paura alla gente, è come fare l’esame per il rinnovo della patente”.
Come nasce il racconto de Il Nascondiglio?
Il racconto del Nascondiglio ha un fondo di verità in una storia accaduta in Iowa qualche tempo fa. Su questa base ho costruito la sceneggiatura del film. Nella campagna dello Iowa, che è uno stato rurale del centro-nord degli Stati Uniti, esisteva questa casa chiamata Snakes Hall, qualcosa come il Covo dei serpenti. Il nome le derivava dal fatto che il primo proprietario era un farmacista americano che, a cavallo dell’ottocento e del novecento, aveva scoperto nel veleno di alcuni serpenti africani un forte analgesico. Così decise di creare un allevamento nella propria casa per estrarre poi il medicinale. Il posto è molto suggestivo. Poi, nella storia, entra in scena una donna italiana che ha trascorso diverso tempo in un manicomio americano. Non si sa bene se i suoi disturbi derivassero dal fatto che suo marito si fosse suicidato o fossero pregressi a questo avvenimento. Questa donna decide di comprare Snakes Hall e di aprire un ristorante. Questo è il presupposto, poi cominciano le vicende del film…alcune vere e altre inventate.
Un po’ a sorpresa, sull’Internet Movie Data Base, viene nominato Francesco Marcucci fra gli autori del film, anche se solo come “adattatore”. Come lo ha incontrato e come ha deciso di collaborare con lui alla scrittura del film?
“Ecco…questa è una cosa strana. Vorrei chiarire che il film è completamente mio, sia il soggetto sia la sceneggiatura. Il signor Marcucci è semplicemente la persona che ha adattato i dialoghi dall'inglese all'italiano perché il film è stato girato in inglese. A scrivere il film non mi ha aiutato nessuno.
Ha abbandonato il suo cast di affezionati, perchè? E' una scelta legata al tipo di film che ha girato?
“A volte si sente la necessità di cambiare, di trovare nuovi stimoli incontrando nuovi attori e nuovi tecnici su nuovi set. E’ così che il cinema ricrea ogni volta la sua magia. ci si rigenera anche così”.
Come si è trovato a tornare negli Stati Uniti a girare un film? come sono stati i rapporti con gli americani?
“In America è la quarta volta che vado a girare un film. Ho fatto Bix, Fratelli e sorelle e L’amico d'infanzia. Il Nascondiglio l’abbiamo girato in Iowa e non c’è tanta differenza con la mia terra. L’Iowa è un paese agricolo, è una specie di Emilia Romagna in cui si parla inglese. Le suggestioni e i terrori sono i medesimi”.
In che periodo ha girato il film, in quanto tempo?
“Le riprese sono avvenute fra estate e autunno del 2006 e sono durate dieci settimane: cinque negli Usa e cinque a Cinecittà. Il montaggio e tutto il resto della post-produzione l’abbiamo concluso quest’anno”.
Il suo film, inizialmente, si intitolava Il Nascondiglio delle Monache, titolo molto evocativo: perchè ha scelto di togliere la seconda parte del titolo?
“Questa è una cosa curiosa: il titolo originale aveva indotto qualcuno a credere che il film avesse toni boccaceschi. Qualche esercente aveva storto il naso quando cominciammo a proporre il titolo in giro pensando che nel film ci fossero suore che si nascondevano per non farsi cogliere in flagrante in atteggiamenti poco consoni al loro status. Allora abbiamo deciso di eliminare le monache per evitare che si passasse dall’horror alla commedia scollaciata a causa di un fraintendimento sul titolo.
Il suo percorso d'autore nel genere horror è probabilmente quello che in Italia si è più distinto per il rapporto stretto con la sua regione e il suo territorio: lei ha sempre raccontato storie da fienile con personaggi che escono dal folklore "emiliano". Ritroveremo qualcosa di simile nel suo nuovo film?
“Il Nascondiglio è un film completamente americano, negli ambienti e nei personaggi. Però è anche, e soprattutto, una favola contadina e quindi orrorifica. L’impianto che sottostà alla storia appartiene alla tradizione del folklore, a quelle narrazioni che sentivo da piccolo attorno al fuoco che mi facevano le nonne e le zie. Il racconto dell’orrore è comune un po’ ovunque, alla fine dei conti è la paura che ci ha educati ed è la paura che ha sviluppato l’immaginazione. I ragazzi più fantasiosi, quelli che hanno più immaginazione, sono cresciuti con i racconti e le fiabe del terrore”.
Con questo film torna alla casa stregata, che è un altro luogo che le piace: da cosa viene questo piacere nel raccontare le "case in cui ci si sente".
“Le case sono luoghi affascinanti. Quella del Nascondiglio conserva una suggestione maggiore, proprio per quello che raccontavo all’inizio. Le case, con i loro muri, custodiscono le storie avvenute al loro interno, sono un luogo chiuso in cui le vicende e la memoria di chi ci ha vissuto rimangono intrappolate. Quindi, se nelle case si è verificata una mostruosità o un atto terrificante, chi ci vive dopo, lo percepisce e in qualche modo lo rivive”.