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Cars - motori ruggenti
 
28 agosto 2006 | 07:53

Cars - Motori ruggenti

Di John Lasseter e Joe Ranft (USA, 2006)
 

Saetta McQueen è una giovane e rampante automobile da corsa dei circuiti NASCAR talmente pieno di sé ed arrogante da non accorgersi di essere rimasto, in poco tempo, senza amici. Per una disavventura casuale, si ritrova costretto a riasfaltare il tratto della mitica ROUTE 66 che passa per Radiator Spring, un paesino tagliato fuori dal mondo da una gigantesca autostrada. Si accorgerà, in quei pochi giorni che lo separano dalla corsa di tutta una stagione, quali siano le sue nuove priorità.


A costo di tirarmi addosso le ire degli orientofili, lo scrivo comunque: al mondo non c’è chi ci sa fare come la Pixar.
Questo film è una gioia per gli occhi: è un film pieno di colori, di luci, di immagini disegnate che sembrano immortalate con una macchina da presa invece che con lo schermo di un computer.
Cars è un film pieno di piccoli particolari che lo rendono qualcosa di enorme: le scie nel cielo riproducono le sgommate sull’asfalto (trattandosi di un mondo abitato solo da automobili), gli insetti sono piccole macchinine volanti che lasciano due piccoli tratti di ruota sui vetri impolverati (l’inquadratura in questione è strabiliante), c’è un omaggio alla storica punk rock band newyorkese dei Ramones, c’è la Route 66 su cui possono accadere dei veri miracoli, gli pneumatici del protagonista sono dei Lightyear (come il Buzz Lightyear di Toy Story) e c’è, soprattutto una storia che si mantiene in perfetto equilibrio fra il racconto per bimbi disneyano e la storia di formazione più adulta.
Ogni spettatore ci può trovare qualcosa, in questo film d’animazione, che sembra però voler uscire dalla categoria, realizzando qualcosa di ibrido ma preciso come un Rolex.
Sembra quasi che alla Pixar si siano detti: come facciamo a raccontare il più classico dei buddy movie (i film di amicizie spesso on-the-road) dalla parte delle automobili?
L’unico modo di farlo è di disegnarli, questi protagonisti.
Così il disegno non è arrivato come il fine (cioè: realizzare un film d’animazione sulle automobili) ma come il mezzo (cioè: realizzare un film sulle automobili utilizzando l’animazione).
Sembra un discorso un po’ pulcioso, invece è probabilmente la chiave di volta dell’intera operazione.
E uno dei sintomi di questo è la durata del film, che supera di qualche minuto le due ore.
Solitamente i film d’animazione (a meno che non siano monumentali raccolte di episodi televisivi) non sforano i 90 – 95 minuti.
Questo no: Cars, per paradosso, non corre, scivola pian piano raccogliendo i pezzi della storia qua e là, si sofferma sui particolari, sui sorrisi, sulle situazioni, sulle dinamiche del gruppo (una lode da sperticarsi le mani per gli sceneggiatori: ogni singolo personaggio del racconto ha un suo spazio, una sua centralità, una personalità che cresce e si forma pian piano), sui panorami, sui personaggi e le loro vicende personali, i loro sogni e le loro speranze e sullo sviluppo dei loro rapporti.
E’ per questo motivo che è un film anomalo, nel catalogo dei prodotti d’animazione, di solito più interessati ad arrivare al dunque.
Cars si interessa più al viaggio che alla meta (che è un po’ anche il discorso centrale su cui si basano le allegre vicende del giovane e scattante Saetta McQueen), offrendo allo spettatore squarci di un’America ancorata ad un mito che è svanito negli anni ’80 reaganiani e sfrenati (tanto per mettere in chiaro le cose, c’è anche un furgone Wolksvagen fatturione che commercia in benzina ecologica).
Poi ci si mette anche, e questo è ovvio, una comicità trascinante: le due automobili gommiste sfegatate per le Ferrari, che parlano in uno stranissimo modenese-bolognese (con qualcosa di piacentino, a tratti) e hanno la loro rivalsa da standing ovation nell’ultima travolgente sequenza; c’è una scena notturna di ribaltamento trattori durante la quale è impossibile non ridere; c’è il camion dei pompieri ipersensibile e Carl Attrezzi, il primo vero amico di Saetta Mc Queen, assieme al quale crea una coppia comica come ai tempi di Jack Lemmon e Walter Matthau o Steve Martin e Jerry Lewis.
Vedere per credere, questo è un film che rimarrà ben saldo nei vostri occhi.

 

Alessandro Boriani
 
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