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14 agosto 2006 | 08:00

Domino

di Tony Scott (USA, 2005).
 

Tony Scott è il fratello meno nobile di Ridley, il signor Blade Runner, che però vive di rendita da ormai una decade.
Invece Tony dirige film che sembrano dichiarazioni di guerra: solo per dire gli ultimi due che la distribuzione italiana ci ha permesso di vedere sono stati Spy game con la premiata ditta Redford/Pitt e Man on fire con uno straordinario Denzel Washington.
Il sessantenne regista americano ci sa fare: gira come un ragazzino, tiene costante il ritmo pestando sull’acceleratore e quando rallenta regala inquadrature che pescano l’anima della realtà.
Domino è un film di facce.
Facce belle, facce rovinate dal sole, facce scavate dal tempo in cui ogni ruga racconta una storia, facce che catturano, facce che sembrano invitare lo spettatore ad un sabba o ad un’orgia, facce che sembravano dimenticate e che invece, guarda un po’, tornano ribalde sullo schermo e lo fanno al meglio delle loro possibilità.
La storia è quasi-vera: Domino Harvey ebbe, realmente, natali fortunati: figlia di un attore hollywoodiano e di una hype-model si diede alla caccia dei furfanti come cacciatrice di taglie dopo un’adolescenza difficile.
Questo è il fondo di verità, il presupposto di partenza.
Il resto è una rapina a base di metanfetamine (che nella realtà hanno ucciso la donna alla fine del 2004) andata a sfascio a causa di alcuni calcoli sbagliati.
Così ci casca di mezzo l’FBI, la mafia italiana a Las Vegas, patenti false, la motorizzazione, una troupe televisiva della Warner Brothers in cerca di un reality per stomaci forti, due attori del serial Beverly Hills e una sequenza alla mescalina che finisce con l’apparizione del diabolico Tom Waits nella parte dell’angelo del deserto.
Come se tutto questo non bastasse ci si mette dentro un cast di prim’ordine: il redivivo Mickey Rourke nella parte del boss Ed, amico paterno della giovane Domino, interpretata da un’incredibilmente sensuale e violenta Keira Knightly.
Ci si aggiungano Ian Ziering e Brian Austin Green nella parte di loro stessi, Lucy Liu che fa la psicologa dell’FBI con cui Domino discute gli avvenimenti trascorsi (trasformando il racconto in una specie di sogno lisergico), Christopher Walken e Mena Suvari che sono i produttori dello spettacolo sui Body Hunter e una manciata di cammei di lusso come Jerry Springer (una sorta di Maria De Filippi americano), Tom Waits che fa l’apparizione divina e Macy Gray, travestita da “sorella” del ghetto.
La scrittura è frizzante, la storia procede per flash-back e salti spazio temporali che vengono sottolineati dalla qualità quasi tattile delle immagini (che spesso sono sgranate, filtrate in modo da risultare quasi sabbiose) e dai numerosi primi piani sulle facce.
Facce belle, facce rovinate dal sole, facce scavate dal tempo e dalla vita…

Alessandro Boriani
 
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