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19 luglio 2006 | 08:30

Silent Hill

Di Christophe Gans (Usa 2006)
 
Che poi uno può anche andare a vedere un film tratto da un videogioco a cui non ha mai giocato.
Tipo: il signor Pinco Palla legge che in qualche cinema c’è questo film, ha visto il cartellone (molto bello), ha incontrato i trailer durante qualche pausa pubblicitaria televisiva e si è detto: boia, magari è un bel racconto e mi spavento un po’ e me la godo.
Va al cinema, vede il film e quando esce sente che c’è qualcosa che non torna nella sua reazione a quanto ha appena visto.
Torna a casa, si fa un caffè e si guarda attorno: tutto è come era un paio d’ore e mezza fa.
Ma ha la fastidiosa sensazione che potrebbe anche non essere così.
Ha la fastidiosa sensazione di poter essere capitato a Silent Hill.
Poi c’è anche quello che va a vedere il film perché è tratto proprio da un videogioco a cui ha giocato, e rigiocato, rigiocato, rigiocatorigiocatorigiocato, in una specie di loop angosciante da cui è impossibile uscire.
Silent Hill non esiste.
Non può esistere come singola parte: Silent Hill è uno dei luoghi d’orrore più inquietanti, disturbanti, angoscianti, sovraccarichi, luridi, malsani, devastanti e mortali che si ricordino dai tempi della Elm Street di Nightmare.
Parliamoci chiaro, signore e signori: se si va a Silent Hill non ci si esce, punto e a capo.
E nella nebbiosa e triste cittadina sulle soglie del lago Toluca ci si può andare in tanti modi: giocando alla playstation, leggendo il fumetto di Scott Ciencin oppure visitandola attraverso il racconto del francese Gans, scritto in combutta con l’americano folle Avary (proprio lui, quello che ha litigato con Tarantino per la paternità di Pulp Fiction e autore di una cariolata impressionante di pellicole nervose e multiformi).
Questo film è, in soldoni, un’esperienza quasi fisica; sicuramente una visita che segna, una visione dell’orrore metafisico che va oltre qualsiasi soglia dell’immaginario: ci sono figure di uomini spezzati, incatenati con il filo spinato e carichi d’odio, esseri con la testa incassata in una piramide di ferro, figure sofferenti di agonia, un demone finale che sovrasta la ragione.
Non se ne esce eppure si torna a casa, ci si guarda attorno, si prende un caffè e ci si siede in poltrona…certi che il mondo che ci circonda è sicuro, famigliare, morbido, accogliente e soleggiato.
Sicuri come in un ventre caldo…sperando che non sia tutta un’illusione.

Poi dicono che in estate non escono film interessanti…

Alessandro Boriani
 
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